6 ottobre 2005 | Giornale di Brescia
di Marco Bizzarrini

Da tre anni la storica sala di lettura della Queriniana ospita un suggestivo concerto organizzato dalle “Nuove Settimane di musica barocca”. Per la limitata capienza, l’ingresso è a inviti: finora non è mai capitato che un solo posto sia rimasto libero.

Martedì sera un ulteriore motivo d’interesse era costituito dal singolare strumento scelto per il concerto solistico: la ricostruzione filologicamente attendibile di un «Lautenwerk» dell’epoca di Bach, ovvero uno speciale tipo di clavicembalo che prende ispirazione acustica dalla tiorba e dal liuto.

Alla tastiera sedeva Michele Barchi, clavicembalista bresciano che vanta incisioni per la Teldec (nella monumentale raccolta integrale «Bach 2000») e collaborazioni con Claudio Abbado.

Il Lautenwerk, che alcuni designano col nome più esplicito di Lautenclavicymbel, potrebbe essere archiviato nella numerosa galleria degli strumenti stravaganti, sperimentali e sfortunati, se non fosse per l’attenzione rivoltagli dal sommo Bach, nel cui catalogo esiste una rilevante sezione di «opere per liuto».

Queste composizioni di Bach potevano avere una destinazione multipla: ad esempio, «per il liuto o per il cembalo». E la ricerca musicologica ha stabilito che, almeno nel caso della Suite BWV 996 (una delle musiche eseguite l’altra sera) fosse per l’appunto impegnato il misterioso Lautenwerk.

In Queriniana si è dunque ammirato e ascoltato un esemplare del rarissimo strumento, ricostruito nel 1998 da Emilio Lorenzoni e da Barchi. All’aspetto sembra un clavicembalo panciuto, dotato di un’appariscente cassa di risonanza posta sotto il mobile, che ricorda il guscio di una grande tiorba. Quanto al suono, è meno argentino rispetto al clavicembalo, più profondo, all’inizio bisogna un po’ farci l’orecchio.

Ma l’elemento più interessante riguarda la varietà timbrica, la possibilità di mutare registro, cui contribuiscono tre file di saltarelli. Fascinoso è pure l’alone sonoro provocato dalla quasi totale assenza di smorzatori.

Michele Barchi ha eseguito senza intervallo le due Suite BWV 995 e BWV 996, concludendo il récital con il luminoso “Preludio, fuga e allegro” BWV 998. Padroneggiare la tastiera del Lautenwerk con le musiche bachiane non è certo facile impresa e Barchi vi è riuscito con grande maestria, dischiudendo un mondo sonoro quasi del tutto ignoto. Successo molto vivo, con due bis, tra cui il famoso Preludio in do minore BWV 999, entrato anche nel corrente repertorio pianistico.