Giornale di Brescia – 5 novembre 2008

BRESCIA Il Ridotto del Teatro Grande lunedì era gremito per il Concerto straordinario a corredo delle Settimane Barocche in cui accanto a tre famose Sonate di altrettanti maestri del ’700 era presentata in prima assoluta una Sonata per violino, violoncello, clavicembalo e danzatrice del bresciano Giancarlo Facchinetti. Nulla di strano che accanto agli strumentisti Facchinetti abbia contemplato una danzatrice quale espressione della prassi settecentesca nelle musiche per la Corte.

Più intrigante il fatto che Facchinetti (il quale normalmente rifugge dalle forme e dallo stile antichi o stigmatizzati) abbia sì scritto una Sonata da camera (quindi una Sonata a tre) in tre tempi di tipologia «barocca» e italiana – ma l’abbia riferita ad un mondo diverso, quello della Spagna di Domenico Scarlatti, di Soler o di Boccherini e anche dell’Ottocento come lo dipinge Goya.

La danzatrice Elisabetta Bracchi con un coup de theatre è entrata nello scenografico Ridotto in abito bianco da flamenco ed ha raggiunto la pedana dove, battendo i tacchi chiodati, non solo fungeva da piacevole elemento visivo, ma da vero e proprio strumento a percussione.

In tal modo la musica di Facchinetti poteva esulare dalle rigidezze imposte dalla Sonata da camera (specie nel secondo e terzo tempo), offrire brevi episodi o sviluppi dissonanti oppure marcatamente ottocenteschi. La sua Sonata da camera acquistava vivacità e allure romantica, anche per il ricorso a spunti popolari o a brevi citazioni, talvolta struggenti, di autori neoclassici del ’900.

Facchinetti – come nel Concerto grosso per la notte di San Silvestro presentato nelle Settimane Barocche due anni fa – si è divertito a scomporre la «scatola magica» delle formule settecentesche e a ricomporle con l’ironia del maestro che non rifà, evoca invece uno stile, trasfigura un’epoca e la”allunga” nel tempo sul filo della memoria.

Tale raffinato e brillante clou della serata era preceduto da un’esemplare Sonata per violino e basso continuo dell’op. 2 di un Vivaldi ossequioso nei confronti di Corelli ma che scalpita verso le vette della sua opera successiva, l’Estro armonico. Dopo l’intervallo il violinista Glauco Bertagnin, il violoncellista Marco Perini e il clavicembalista Michele Barchi hanno proposto un capolavoro, la Sonata in sol minore «Didone abbandonata» di Tartini.

Il violinismo di Bertagnin, scattante e chiarissimo, luminoso, si adatta benissimo alle esigenze del capriccioso Tartini. Per l’opera finale, la Sonata «La Follia» di Corelli – altro capolavoro – è riapparsa Bettina Bracchi, in rosso, nella difficile, antica danza lusitano-iberica che dà il nome e il tema alle 23 variazioni. Bertagnin, in perfetta sintonia e incalzato dagli ottimi Perini e Barchi, si è scatenato nelle variazioni virtuosistiche.

E lo spirito, la fattura straordinaria della Sonata corelliana, illustrato dalla danza, è emerso nella sua aspirazione alla purezza e passione che diventa euforia. Bravi i tre musicisti e la danzatrice che, con Facchinetti hanno meritato lunghi applausi dal pubblico entusiasta cui hanno offerto per bis una trascinante danza spagnola (con nacchere) di un antico Albeniz.

Fulvia Conter